Power 100

“Lista “Power 100” dei soggetti più influenti nel mondo dell’arte nel 2020, pubblicata dalla rivista ArtReview.

Dunque, che cosa ci dice oggi una classifica dell’arte dominata da figure di pensatori, professori, filosofi o addirittura movimenti popolari, fatti di persone che non hanno mai preso un pennello in mano o una matita se non per scrivere un numero di telefono? Ci dice che lo spettro del nostro linguaggio, invece di espandersi nella sua intera gamma, si polarizza verso alcune dominanti. E così, appunto, si semplifica, perde articolazione, perde complessità e quindi capacità di riflettere con pienezza la realtà. Inoltre, questa contrazione avviene a scapito delle caratteristiche proprie del linguaggio dell’arte.

Potremmo chiosare, infatti, dicendo che quanto di peggio si possa trovare in un quadro siano le sue buone intenzioni. L’arte, infatti, a differenza della filosofia o della scienza, non procede per tesi o dimostrazioni, ma per enigmi. Talvolta, infatti, le opere migliori sono oggetti sconosciuti all’artista stesso. Oggetti che si espongono per farsi osservare e conoscere. Oggetti che non dicono niente, ma che interrogano. Ed ecco che arriviamo al vero punto della questione.

Un giorno Vicente Todolì mi disse che i grandi artisti sono quelli che non ti dicono mai da che parte stare. Che non ti dicono mai cosa sia giusto o sbagliato. Questo ci porta a percepire come parassitarie, o peggio ancora, improprie, quelle forme di appropriazione del campo artistico da parte di correnti di pensiero che dominano altre scene e altri dibattiti. Per quanto corrette e condivisibili sul piano dell’etica e del ragionamento, certe idee finiscono per risultare ingombranti, goffe e tagliate male rispetto al linguaggio visivo, perché un’opera non è una predica. Un’opera non ha alcuna responsabilità di educare. Un’opera, di contro serve a precipitarci in una realtà percettiva che ci colga impreparati a noi stessi. Le opere servono, infatti, a metterci in crisi per farci pensare, non a consegnarci il pensiero pedagogico di qualcun altro.

Penso a questo ogni volta che passo di fronte ad un piccolo quadro di Piet Mondrian, conservato al Philadelphia Museum of Art. Non uno dei suoi più famosi. Un’opera che a distanza di molti decenni continua a parlarmi con la sua verità, mentre ciò che all’epoca era considerato “giusto” o “sbagliato” è uscito dalle nostre preoccupazioni più o meno dallo stesso numero di anni che hanno visto quel quadro appeso al muro del museo.”

Gian Maria Tosatti

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